SE DAI TROPPO, NON SEI GENEROSO

Ci sono assai meno ingrati di quanto si creda, perché ci sono assai meno generosi di quanto si pensi.
(Antoine de Saint-Exupéry)

Perché ci piace dare? Per quale ragione, quando riusciamo a dare ci sentiamo soddisfatti?

Non certo per un eccesso di bontà o di desiderio di comunione fraterna. Non che siamo cattive persone (o forse qualcuno lo è), almeno nella stragrande maggioranza. Forse siamo anche “troppo” buoni, come a molti piace ripetere di sé. Ma questo non ha nulla a che fare con il dare.

Parentesi: l’avverbio “troppo” accanto all’aggettivo “buono” a me non piace. Sta decisamente male. Stona. Come il calzino bianco corto su sandalo a strisce. Ecco. Parentesi chiusa.

Forse qualcuno buono lo è davvero ma questo non ha nulla a che fare con il dare. Se sei un buono, non significa che sei uno che dona a destra e a manca indistintamente e senza batter ciglio. Se sei buono, sei buono. Nulla di più.

Dare è un’arma a doppio taglio. E non per quello a cui molti pensano: i fortunati riceventi sono spesso degli ingrati. No.

Quando dai, provi una specie di piacere sottile e, oso dire, infimo, che corre il rischio di diventare la tua droga. Perché è un piacere senza fondamenta. Parliamoci chiaro: dare non è sempre bello. A volte non ne abbiamo voglia e altre volte non ne abbiamo la possibilità. E non mi riferico solo alla possibilità materiale. Dare ascolto, per esempio. Anche questa è una forma di generosità. Forse la migliore che conosca. Perché tutti noi abbiamo bisogno di essere ascoltati. Non sentiti, ascoltati. Merce rara in certe lande di questa Terra.

Il rischio è di caderci dentro con tutte le scarpe in questo gioco massacrante, in cui i ruoli di vittima e carnefice si alternano in una faticosa routine a circuito chiuso.

L’osservazione più facile è che quando dai, quasi sempre ti aspetti che il ricevente, a sua volta, ti restituisca usando la stessa qualità nell’atto del restituire. E, naturalmente, questo non accade quasi mai. Se (e ribadisco se) restituisce, lo fa secondo i suoi modelli, la sua visione del dare, il suo parametro qualitativo e quantitativo. Che, altrettanto naturalmente, non è il tuo. Il che non significa che sia inferiore, no! Può essere superiore. E questo, di norma, rode.

Non ricordo dove, un articolo di quotidiano forse, ho letto di uno studio che sarebbe stato fatto sull’effetto terapeutico della generosità. Si sostiene che, sebbene molto difficile al principio, la generosità sia un po’ come un muscolo da allenare e più la si allena e più diventa facile metterla in atto, a costo di terribili sforzi iniziali. Se costante nel tempo, questa pratica ci renderebbe tutti più felici. A parte il fatto che, se proprio devo scegliere una terapia per la felicità, preferisco dirigermi verso la bonobo-terapia, come si può pensare che un atto di generosità sia praticato al pari di un esercizio di stretching? Siamo davvero certi di voler fare della generosità il nostro xanax quotidiano?

Voglio dire: la generosità è un atto di volontà messo in opera per bastare a se stesso. Non ha bisogno di scopi. Se divento generoso per guadagnarmi un posto in paradiso, non sono molto più cresciuto di un bambino che prende un buon voto a scuola per guadagnarsi mezz’ora in più sulla PS4.

Generoso è colui che nasce nobile, di buon lignaggio (lat. generòsus). Generosità è darsi, non dare. È offrire ciò che si è, non ciò che si ha. Ciò che possiedi è effimero, ha un termine, una scadenza. Ciò che sei, non ha valore, è perfetto, inestimabile.

Ma perché diamo? Per insicurezza, per lo più. A chi non piace essere benvoluto, amato, apprezzato, benedetto? A chi non piace ricevere un sorriso, un ringraziamento?

L’equazione errata è: dare=ricevere+ricevere=essere amati. È tutto fondato sull’errore. Dare è dare e ricevere è ricevere. Sembra banale ma non lo è. Dentro la nostra testa, da qualche parte, tutti noi ci aspettiamo di ricevere qualcosa in cambio, quando diamo. Fosse anche solo un grazie.

Scommetto che almeno una volta nella vita hai pronunciato quella frasetta che tanto ti fa rodere: “Almeno un grazie potevi anche sprecarlo!”. Tutti ci caschiamo, nessuno escluso. Perché quando dai qualcosa in nome della generosità, ti aspetti di essere ricambiato. E qui casca l’asino. È un’azione compiuta in nome di un concetto astratto che, in quanto tale, non riuscirai mai a soddisfare. Non otterrai mai una reale soddisfazione. Come uccidere in nome di un dio. Eh, lo so. Il paragone è azzardato ma rende l’idea di errore.

Vorrei chiarire che mi riferisco alla pratica smoderata del dare, non al dono e al piacere del dare ogni tanto, nella misura in cui lo vogliamo e lo possiamo.

Al netto di ciò, la riflessione è proprio sulla fragilità dell’insicurezza. Dare in abbondanza, mi permette di mettermi al sicuro dall’abbandono, dalle stanze del dimenticatoio generale. Dare impedisce agli altri di dimenticarsi di me, di allontanarsi da me, di parlar male di me, di detestarmi. Non ultimo, mi permette di lavarmi la coscienza. E questo lo fa sembrare una panacea. La soluzione di tutti i mali.

In realtà, è soltanto uno dei vestiti nuovi dell’imperatore.

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