L’IMPORTANTE È NON CREDERCI

L’importante è crederci. Quante volte -e in quante declinazioni- abbiamo sentito o pronunciato questa specie di mantra, questa frase illusoria, sibillina e priva di fondamento, a meno che non si abbia consapevolezza di qualcosa in cui abbia realmente senso credere.

Credere è inutile. Agire -o non agire- consapevolmente è utile.

E credere in cosa, poi? O in chi? Credere significa riporre fede in qualcosa. Quante volte mi sono sentita dire “non credo in queste cose” riferito alle “cose” più disparate. Dall’agopuntura alle tecniche di meditazione, da scelte alimentari soggettive a integratori multivitaminici, dallo yoga alle passeggiate sulla battigia.

Oppure, au contraire, “credo fermamente in queste cose” buttato lì su questioni così generiche e in modo altrettanto superficiale, “ah, ma ecco perché sei sempre così posata e non ti arrabbi mai! Tu fai Yoga! Eh, sì. Credo in queste cose!” Senso? Nessuno, naturalmente.

Di solito, chi parla in questo modo, confonde lo yoga con la posizione del loto e la meditazione con il buddismo. Ma è soltanto un esempio.

Potrei parlare dei luoghi comuni sul “credere” in almeno una decina di altre dimensioni della vita su questo pianeta. Il lavoro di giornalista (“non credo a una sola parola di quello che scrivono sui giornali!” “Ci credo perché lo hanno detto in Tv/l’ho trovato su internet”); l’esperienza da divorziata (“Credo nel matrimonio, non riuscirei a divorziare” “Non credo nel matrimonio e dunque non mi sposo”); i viaggi (“credo che ognuno dovrebbe starsene a casa sua” “non credo nella stanzialità. La mescolanza è ricchezza”); le scelte alimentari (“non credo nei vegani.” “credo nel veganismo”). E mi fermo qui.

Quando ero una giovane energica e impavida sostenitrice della ricerca interiore, mi davano fastidio certe affermazioni senza possibiltà di replica. Mi bruciava nelle vene l’istinto alla risposta ma ero talmente piena di istinto che mi  mancavano le parole. E così, mi chiudevo in un mutismo rabbioso e, di solito, evitavo di frequentare questi fanatici della vita a due colori.

Oggi sorrido. E nelle mie vene scorre un po’ meno istinto e un po’ più rassegnazione. Mista alla consapevolezza maturata negli anni che potrei anche aver torto. Potrei.

Sorrido non perché mi trovi in una condizione di superiorità. Sorrido di me e del ricordo delle mie battaglie mai fatte. dei miei antichi moti interiori che mi cucivano addosso la convinzione di poter cambiare le cose del mondo che ritenevo storte.

Questa cosa del “credo”, però, m’è rimasta qua.

Non ce la faccio. È più forte di me. Credere non porta da nessuna parte. Curiosare, invece, sì.

Non solo. È proprio il non credere che fa camminare in avanti. O di lato, se preferite. Poco importa.

Credere rende statici e, a lungo andare, si rischia la schiavitù.

E ancora. Crederci implica in qualche modo l’aderenza a concetti. Inclusi quelli che riguardano noi stessi. Credo in me. Credo nella mia vita. Credo in quello che faccio. Credo in quello che dico. Senza mai un anelito di dubbio.

Credere implica un soggetto che crede e un oggetto in cui credere. Questo significa che ciò in cui si crede si trova sempre altrove, da qualche altra parte rispetto al soggetto. Sempre. Non c’è mai unione. C’è sempre dualismo. Tu e io. Voi e noi. Uno e l’altro.

Crederci troppo. Questo è uno dei peggiori strumenti di tortura mentale che esistano, Crederci genera personaggi e situazioni a cui somigliare. Genera modelli, qualcosa che bisogna continuare a dire o a essere per non sentirsi “diversi” da ciò che si desidera diventare, pena la sofferenza, generata da una serie di emozioni che ci traghettano da una giornata all’altra senza tregua e senza nessuna comprensione di quanto accade: diventiamo prigionieri delle nostre credenze e pensiamo che sia il mondo intorno il nostro carcere e carcerieri le persone che lo popolano.

Ed è proprio qui l’inghippo. Se ci credi davvero, qualsiasi cosa tu faccia non potrà mai soddisfarti appieno. Perché ciò in cui credi, nel frattempo, è già cambiato. E gli altri non c’entrano nulla. Perché è così che funziona. Le cose cambiano sotto i nostri occhi ma il nostro sguardo è orientato altrove, in un mondo di illusioni. Ecco perchè non ce ne accorgiamo.

Ogni nostro respiro è diverso da quello che lo precede e da quello che lo seguirà. Ogni sguardo, ogni sorriso, ogni parola può essere pronunciata in migliaia di modi diversi.

Non si può credere e basta.

L’importante è non crederci. L’importante è essere ciò che si è, in ogni istante.

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