L’eredità del “minchiordolo”

Qualche settimana fa, pensando che a Milano fosse troppo caldo (beata ignoranza meteorologica!), mi sono presa una pausa di due giorni lontano dalla città. Sono stata nelle Langhe insieme a metà famiglia.

Ho goduto di altre viste, di sapori diversi e della compagnia dei miei nipoti per un’intera giornata.

Amo vedere come crescono, con quali compagnie interiori diventano grandi. Le idee che si fanno, le piccole rivoluzioni con cui si oppongono alle regole di famiglia, il modo in cui cercano di confrontarsi con la vita.

Li guardo e vedo la parte di eredità che si portano dietro e quella da cui tentano di fuggire.

In alcune espressioni, in certi atteggiamenti e opinioni e perfino in alcune frasi e parole, c’è una grande quota di eredità. A sentirle, la mente fa un salto temporale (a lei è concesso) e si ritrova nel tempo della fanciullezza.

A volte, le eredità transgenerazionali, portano con sé molto più che un ricordo. Alcune eredità sono parole che assumono toni magici nel corso del tempo. Parole con un valore per pochi, usando le quali sai che stai pronunciando qualcosa di prezioso, al di là del significato. Qualcosa che sancisce la tua appartenenza a quella discendenza.

Uno di questi termini è “minchiordolo”. Nonno Gaetano lo usava per indicare qualcosa di cui non sapeva, non ricordava o non aveva voglia di ricordare il nome.

E tu capivi. Tutti capivamo a casa.

– Mari’, prendimi quello!

– Che cosa, nonno?

– Quello!… quel minchiordolo!

Così, anche oggi, quando non ci viene in mente il nome di un oggetto o di un tipo di pasta o di qualsiasi cosa sia nei paraggi, a me e mio fratello viene spontaneo chiamarlo minchiordolo. E la cosa buffa è che i nipoti capiscono.

Insomma, siamo alla quarta generazione di minchiordoli.

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