IL DIRITTO ALLA GIOIA

A volte mi chiedo se mettere del mio in quello che racconto sia eticamente corretto. Colorare i racconti dei propri colori di quel preciso istante, filtrare le emozioni di quelle immagini depositate nella mente come ricordi e poi condividerne le sensazioni.

In realtà, non ci sono sfumature solo di grigio ma di ogni colore e ogni colore merita di essere raccontato e vissuto. Ciascuno di noi ha il suo filtro, la sua modalità di percepire un’emozione condivisa. Se qualcuno mi racconta con enfasi di essere stato a surfare e mi descrive l’esperienza come la più impagabile al mondo, da cattiva nuotatrice, potrò godere del suo piacere, ma non potrò mai provare ciò che prova chi quell’esperienza me la sta raccontando. È chiaro che un’emozione raccontata può suscitarne un’altra in chi la ascolta senza per questo farne rivivere le stesse sensazioni o rappresentazioni interne.

Sono dell’idea che le emozioni vadano condivise. Perché è per questo che siamo qui. Incarnati su questo pianeta, intendo. E per di più, come esseri dotati di coscienza (così dovrebbe essere, almeno).

Siamo dentro un corpo dotato di una mente e di un cervello talmente elaborati che tutte le parti in causa hanno bisogno di creare una sinfonia tra loro perché un’esperienza emozionante si possa definire tale. Siamo progettati così. Che fosse questo l’intento primevo, nessuno può dirlo con assoluta certezza.

Fatto sta che viviamo immersi in una rete di emozioni che ci interconnettono, ci avvicinano e ci separano costantemente. E non se ne esce, volenti o nolenti.

Ecco perché condividere le esperienze emotive può essere un valido strumento per conoscere il mondo intorno ma anche quello interiore. È attraverso le emozioni che ci siamo “evoluti”. È perché abbiamo provato paura che ci siamo trovati tane e case e tribù che ci proteggessero.

È perché abbiamo provato disgusto che non ci siamo estinti mangiando bacche velenose. È perché abbiamo provato vergogna che non c hanno allontanato dalla tribù, dopo aver commesso qualcosa contro la morale del gruppo. È perché abbiamo sorriso che abbiamo trovato amici con i quali condividere parte del viaggio. È perché abbiamo versato lacrime sincere che quegli amici ce li siamo tenuti anche in momenti di tristezza. È perché ci siamo sorpresi quando una scintilla si è trasformata in fuoco che abbiamo potuto riscaldarci nei lunghi inverni.

In sostanza, l’esperienza di un’emozione è il filo rosso che collega gli animi. Ovunque su questo pianeta. Anche nelle lande più remote e irragiungibili.

Parlare delle proprie emozioni è non solo un diritto ma anche un dovere. È una forma di educazione, è un modo per evolvere. E non soltanto come specie. Si evolve interiormente. Si prova empatia. E compassione.

Non solo. Parlare delle proprie emozioni ci impedisce di restare intrappolati nella nostra stessa rete, vedendo le cose sempre e soltanto da un unico punto di osservazione.

E ancora. Conoscere l’alfabeto delle emozioni ci rende più autonomi. Da cosa? Be’, per esempio da certi “attacchi” mediatici di bassa lega, da quegli spot e da quelle operazioni di marketing che fanno leva sugli istinti primordiali, impedendoci di prendere decisioni dotate di buon senso e soprattutto consapevoli.

Ecco perché, tirando le somme, lascio che qualche colore filtri nei miei racconti, nei miei articoli e anche durante le lezioni o le conferenze. Le emozioni consapevolmente vissute avvicinano le persone, le fanno sentire parte di un gruppo, allontanandole da quella sensazione di solitudine che attanaglia moltissimi tra noi in questo mondo che si vuole costruire sui pilastri della paura e della rabbia.

Sappi che hai altrettanto diritto alla gioia. Solo tu puoi darti il permesso di provarla.

 

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